OLTRE L'ORIZZONTE
OLTRE L'ORIZZONTE

Israele nucleare

 

Operazione Ghetto Storm 

di John Steinbach

 

John Steinbach è coautore insieme alla moglie Louise Franklin-Ramirez della mappatura e database "Pericolo radioattivo in USA". E' attivo nell area di Washington D.C. nel movimento per la pace e la giustizia.

 

Nazione Nucleare; le armi di distruzione di massa in Israele

 

Nei primi mesi del 2001, gli sforzi per trovare la pace in Medio Oriente hanno dovuto subire due colpi molto forti. Il leader della destra israeliana Ariel Sharon è stato eletto capo del governo di Israele, la nazione nucleare "tralasciata". Ed il primo bombardamento dell'Iraq da parte di forze USA/UK del presidente George W. Bush, che è stato giustificato come atto "difensivo".

Dalla guerra del Golfo nel 1991, molta attenzione è stata dedicata sulla presunta minaccia da parte delle armi di distruzione di massa irachene, mentre il maggior imputato nella regione, Israele, è stato ampiamente trascurato.
Con un arsenale di 200-500 armi termonucleari e un sofisticato sistema di lancio, Israele, con una popolazione di 6 milioni di persone, ha recentemente preso il posto della Gran Bretagna come quinta potenza nucleare mondiale. Può ora rivaleggiare con Francia e Cina per la consistenza e il livello tecnologico del suo arsenale nucleare.

Possedendo armi chimiche e biologiche, un arsenale atomico molto sofisticato e una strategia aggressiva per il loro uso effettivo, Israele fornisce il maggior impeto regionale per lo sviluppo di armi di distruzione di massa e rappresenta una grande minaccia alla pace e alla stabilità in Medio Oriente.

L'ipocrisia implicita nella condanna dell'Iraq per le sue armi di distruzione di massa e l'attenzione ossessiva verso "stati fuorilegge" come la Corea del Nord, unite al fatto che si ignori il provocatorio arsenale israeliano, è davvero sbalorditiva.
L'esistenza del programma nucleare israeliano è un serio impedimento alla non-proliferazione e al disarmo.
E' arrivato il momento per chi si occupa delle sanzioni contro l'Iraq, della pace giusta in medio Oriente e del disarmo nucleare, di affrontare direttamente il problema delle armi di distruzione di massa detenute da Israele.


LA BOMBA ISRAELIANA

Il programma nucleare israeliano iniziò negli ultimi anni '40. Fu stabilito dal Dipartimento di Ricerca sugli Isotopi al Weissman Institute of Science, sotto la direzione di Bergmann, il "padre della bomba israeliana", che nel 1952 fondò la Commissione israeliana per l'Energia Atomica.
Sin dall'inizio, gli USA sono stati pesantemente coinvolti nello sviluppo della capacità nucleare israeliana, addestrando scienziati nucleari israeliani e fornendo tecnologia nucleare incluso un piccolo reattore per la "ricerca" nel 1995 nell'ambito del programma "Atomi per la pace".

E' stata la Francia, comunque, a fornire il grosso dell'assistenza nucleare ad Israele, culminata con la costruzione di Dimona, un pesante reattore ad uranio naturale e a riprocessamento di plutonio, situato vicino Bersheeba, nel deserto del Negev.
Israele è stato attivo nel programma di armi nucleari francese dal suo inizio e ha fornito fondamentali competenze tecniche. Dimona diventò operativa nel 1964 e il riprocessamento del plutonio cominciò subito dopo. Nonostante le affermazioni israeliane che Dimona fosse una "fabbrica di manganese o un'industria tessile", le misure di sicurezza estreme che sono state impiegate, hanno smascherato queste falsità.
Nel 1976 Israele ha abbattuto uno dei suoi aerei Mirage e nel 1973 un aereo civile libico che si era avvicinato troppo a Dimona, uccidendo 104 persone.

Ci sono ipotesi credibili sul fatto che Israele abbia fatto esplodere almeno uno e forse diversi ordigni nucleari a metà degli anni '60 nel deserto del Negev, vicino alla frontiera egiziana, e che abbia partecipato attivamente ai test nucleari francesi in Algeria.
Dal tempo della guerra dello Yom Kippur nel 1973, Israele ha avuto un arsenale di forse diverse dozzine di atomiche pronte ed arrivò allo stato di pieno allarme nucleare.

Possedendo un'avanzata tecnologia nucleare e il meglio degli scienziati nucleari, Israele ha dovuto presto affrontare un grosso problema - come ottenere l'uranio necessario. La fonte propria di uranio erano i depositi di fosfati nel Negev, totalmente inadeguati per il fabbisogno del programma in rapida crescita. La risposta a breve termine furono i raid in Francia e Gran Bretagna per appropriarsi delle spedizioni di uranio di contrabbando e nel 1968 con il "Plumbatt Affair" collaborò con la Germania occidentale per appropriarsi i 200 tonnellate di yellowcake (ossido di uranio).

Queste acquisizioni clandestine di uranio per Dimona furono successivamente coperte dai paesi coinvolti.
Ci fu anche l'ipotesi che una Società USA, Nuclear Material and Equipment Corporation (NUMEC), ha deviato centinaia di libbre di uranio arricchito a Israele dalla metà degli anni '50 alla metà dei '60. Nonostante inchieste della CIA e dell'FBI e udienze del Congresso, nessuno èstato perseguito.
Alla fine degli anni '60 Israele risolse il problema dell'uranio sviluppando stretti legami con il Sud Africa con degli accordi per cui Israele forniva la tecnologia e le competenze per la "Bomba dell'Apartheid" mentre il Sud Africa provvedeva all'uranio.

 

IL SUD AFRICA E GLI USA

Nel 1977 l'Unione Sovietica avvertì gli USA che delle foto satellitari indicavano che il Sud Africa stava progettando un test nucleare nel deserto del Kalahari. Il regime di apartheid tornò indietro, sotto le pressioni dell'amministrazione Carter.
Il 22 settembre 1979, un satellite USA captò un test in atmosfera di una piccola bomba termonucleare nell'oceano Indiano, al largo delle coste sudafricane, ma dato il coinvolgimento israeliano, il rapporto fu prontamente insabbiato. Più tardi si è appreso da fonti israeliane che erano effettivamente avvenuti tre test di ordigni nucleari di artiglieria israeliani miniaturizzati.

La collaborazione israelo-sudafricana non si concluse con i test ma è continuata fino alla caduta dell'apartheid, specialmente con lo sviluppo e i test di missili a medio raggio e artiglieria avanzata. Oltre ad uranio e test il Sud Africa ha fornito ad Israele grossi capitali da investire, mentre Israele metteva a disposizione la sua capacità commerciale per permettergli di aggirare le sanzioni internazionali imposte al regime di apartheid.
Nonostante la Francia e il Sud Africa sono stati i primi responsabili dello sviluppo del programma nucleare israeliano, gli USA conservano la maggior parte delle colpe. Un osservatore ha rimarcato che il programma nucleare israeliano "è stato possibile solo per un raggiro calcolato da parte israeliana e un'attiva complicità da parte americana". Iniziando con la fornitura di un piccolo reattore a metà degli anni '50, l'America ha giocato un ruolo critico nei piani nucleari israeliani.

Gli scienziati israeliani sono stati ampiamente addestrati nelle università USA e nei laboratori militari. Nei primi anni '60, i controlli per il reattore di Dimona sono stati ottenuti clandestinamente da una società chiamata Tracer Lab, la pincipale fornitrice dei pannelli di controllo per i reattori militari USA, comprati attraverso una sussidiaria belga.
Nel 1971 l'amministrazione Nixon approvò la vendita a Israele di centinaia di Kryton, un apparecchio necessario allo sviluppo di sofisticate bombe nucleari. E nel 1979 il presidente Carter fornì a Tel Aviv foto ad altissima risoluzione del satellite spia KH-11, che furono poi usate due anni dopo per bombardare il reattore iracheno Osirak. Con l'amministrazione Nixon e Carter, accelerando poi drammaticamente sotto Reagan, i trasferimenti di tecnologia avanzata a Israele continuarono e continuano fino ad oggi.

 

LE RIVELAZIONI DI VANUNU

Dopo la guerra del 1973 Israele ha intensificato il suo programma nucleare, continuando la sua politica di oscuramento. Alla metà degli anni '80 molte stime dell'arsenale nucleare israeliano erano dell'ordine di due dozzine ma le esplosive rivelazioni di Mordechai Vanunu, un tecnico nucleare che lavorava nel complesso di riprocessamento di uranio di Dimona, ha cambiato tutto.

Un sostenitore di sinistra dei diritti dei palestinesi, Vanunu credeva che fosse un dovere verso l'umanità divulgare il programma nucleare israeliano al mondo. Ha esportato clandestinamente dozzine di foto e dati scientifici fuori da Israele e nel 1986 la sua storia fu pubblicata dal londinese Sunday Times.

Rigorose valutazioni scientifiche delle rivelazioni di Vanunu portarono alla scoperta che Israele possedeva la bellezza di 200 bombe termonucleari miniaturizzate e altamente sofisticate. Le sue informazioni rivelavano che la capacità dell reattore di Dimona si era ampliata e che Israele produceva 1.2 chili di plutonio a settimana, abbastanza per fabbricare 10-12 bombe all'anno e che stava producendo armi nucleari avanzate. Appena prima della pubblicazione, Vanunu fu rapito a Roma da una agente segreta israelo-americana del Mossad, fu picchiato, drogato e rapito in Israele. Dopo una campagna di disinformazione e diffamazione sulla stampa israeliana, Vanunu fu processato per tradimento da una corte di sicurezza segreta e condannato a 18 anni di prigione. Ha scontato più di 12 anni in isolamento in una cella di 6 piedi per 9 e, secondo Amnesty International è il prigioniero conosciuto della nostra epoca che ha scontato il più lungo periodo di isolamento. Dopo un anno di trattamento speciale rispetto alla popolazione carceraria - non gli era permesso avere contatti con arabi - Vanunu è stato soggetto, dal 2000, a periodi di punizione in isolamento e deve ancora scontare tre anni di prigione. Le rivelazioni di Vanunu sono state ampiamente ignorate dalla stampa internazionale, specialmente in USA e Israele continua a godere di campo libero riguardo al suo status nucleare.

 

L'arsenale nucleare

I prodotti principali dell'arsenale nucleare israeliano sono bombe al neutrone, bombe termonucleari miniaturizzate destinate a massimizzare l'irradiazione di raggi gamma, minimizzando gli effetti esplosivi e le radiazioni a lungo termine (in pratica destinate ad uccidere le persone, lasciando intatte le cose).
Le armi comprendono missili balistici e bombardieri capaci di raggiungere Mosca, missili da crociera, mine terrestri (negli anni '80 Israele ha impiantato mine terrestri nucleari lungo le alture del Golan) e ordigni di artiglieria con una gittata di 45 miglia.

Il Sunday Times (Londra) riporta nel Giugno 2000 che un sottomarino israeliano ha lanciato un missili cruise, colpendo un obiettivo a 950 miglia. Israele è la terza nazione dopo USA e Russia ad avere questa capacità. Quest'anno dispiegherà` tre di questi sottomarini, virtualmente imprendibili, di cui ognuno equipaggiato con 4 missili Cruise.

Lo stesso arsenale nucleare schiera dalle "bombe che distruggono città" più potenti di quella di Hiroshima a mini-bombe tattiche. L'arsenale israeliano di armi di distruzione di massa fa impallidire il potenziale effettivo o virtuale di tutti gli stati mediorientali messi insieme ed è sproporzionato per ogni ragionevole bisogno di "deterrenza".

Israele possiede anche un completo arsenale di armi chimiche e biologiche. Secondo il Sunday Times, Israele ha prodotto sia armi chimiche e batteriologiche con un sofisticato sistema di lancio. Un alto ufficiale dei servizi israeliani ha ammesso: "c'è a malapena una singola arma biologica o chimica che non sia stata prodotta nell'Istituto Biologico di Nes Tziyona". Lo stesso rapporto descrive Jet F-16 destinati specificatamente ad armare armi chimiche e biologiche, con personale addestrato ad essere operativo in pochi istanti.

Nel 1998 il Sunday Times ha scritto che Israele, usando ricerche sudafricane, stava sviluppando una "bomba etnica". Nello sviluppo di quest'arma, gli scienziati israeliani stavano sfruttando i progressi medici identificando un gene distintivo degli arabi, creando un batterio o virus geneticamente modificato Gli scienziati stavano provando a costruire microorganismi mortali che potessero attaccare solo coloro con il gene distintivo nella loro mappa genetica.
Dedi Zucker, membro di sinistra della Knesset, il parlamento israeliano, ha denunciato questa ricerca dicendo: "Moralmente, e sulla base della nostra storia, delle nostre esperienze e delle nostre tradizioni, tale arma è mostruosa e deve essere bloccata".

 

L'AGGRESSIONE NUCLEARE

Nell'immaginario popolare, la bomba israeliana è l'arma come "ultima risorsa", da essere usata all'ultimo momento per evitare la distruzione. Questa strategia, descritta dal giornalista USA Seymour Hersh come "l'opzione Samson" è sottoscritta da molti sostenitori di Israele.

"GLI ARABI POSSONO AVERE IL PETROLIO, MA NOI ABBIAMO I FIAMMIFERI" - Ariel Sharon

Per quanto questa formula possa essere stata vera nelle menti dei primi strateghi nucleari israeliani, oggi l'arsenale nucleare israeliano è legato inestricabilmente ed integrato con la strategia militare e politica globale israeliana. Come dice Hersh: "l'opzione Samson non è più l'unica opzione nucleare che Israele ha a disposizione."

Israele ha fatto un numero infinito di velate minacce contro le nazioni arabe e contro l'Unione Sovietica prima e la Russia poi. Un esempio lampante viene da Ariel Sharon, ora primo ministro israeliano: Gli arabi possono avere il petrolio, ma noi abbiamo i fiammiferi".
In un altro esempio, l'esperto nucleare Oded Brosh affermò nel 1992: "non dobbiamo vergognarci del fatto che l'opzione nucleare sia il mezzo più importante per la nostra difesa e un deterrente contro chi ci attacchi."

L'accademico israeliano Israel Shahak ha commentato nel 1997: "la speranza per la pace, così spesso assunta come scopo per Israele, non è secondo il mio punto di vista, un principio della politica israeliana come invece è l'estensione della dominazione e dell' influenza israeliana." Ha poi aggiunto: "Israele si sta preparando ad una guerra, nucleare se necessario, per impedire cambiamenti nell'area che non corrispondono alle sue volontà`, come quelli che riguardino qualche stato mediorientale Israele chiaramente si prepara ad usare tutti i mezzi a sua disposizione, inclusi quelli nucleari."

Israele usa il suo arsenale nucleare non solo nel contesto della deterrenza o della guerra diretta ma anche in modi più sottili ma non meno importanti. Per esempio, il possesso di armi di distruzione di massa può essere una potente leva per mantenere lo status quo o per influenzare gli eventi secondo il suo vantaggio, come proteggere i cosiddetti paesi arabi moderati da insurrezioni interne o per intervenire in guerre inter-arabe.

Nel gergo politico-militare israeliano questo concetto è chiamato "coercizione non convenzionale" ed è semplificato da una citazione del 1962 di Shimon Peres: "Acquisire un sistema d'arma superiore (leggi nucleare) significa la possibilità di usarlo come mezzo di coercizione, in modo che costringa l'altra parte ad accettare le richieste politiche israeliane come quella del mantenimento dello status quo tradizionale e la firma di trattati di pace."

Un altro tra gli usi principali della bomba israeliana è di coercizione nei confronti degli USA per farla agire in favore di Israele, anche andando contro i propri stessi interessi strategici. Addirittura nel 1956 Francis Perrin, capo del progetto atomico francese scriveva : "Pensiamo che la bomba israeliana sia indirizzata agli americani, non per lanciargliela contro ma per dire 'Se voi non ci aiutate in una situazione critica, vi obbligheremo a farlo, altrimenti useremo la bomba atomica."

Durante la guerra del 1973 Israele ha usato il ricatto nucleare per costringere Henry Kissinger e il presidente Richard Nixon ad inviargli massicci aiuti militari. Come l'allora ambasciatore israeliano Simcha Dinitz affermava: "se non ci verranno inviati aiuti militari massicci immediatamente, allora sapremo che gli USA non rispettano le loro promesse e dovremo trarre conclusioni molto serie"
Un esempio di questo scenario è illustrato nel 1987 da Amos Rubin, consigliere economico dell'allora primo ministro Yitzhak Shamir. "Se lasciato a se stesso Israele non avrà altra scelta se non cadere in un livello di difesa più rischioso che metterà in pericolo se stesso e il mondo in generale. Per impedire che Israele dipenda dall'uso di armi nucleari chiediamo 2-3 miliardi di dollari all'anno in aiuti USA." Da allora l'arsenale nucleare israeliano è stato enormemente incrementato, quantitativamente e qualitativamente, mentre il borsellino americano è stato sempre aperto.


IMPLICAZIONI

E' chiaro che Israele non è interessato alla pace se non quella dettata dai suoi propri termini, e non ha alcuna intenzione di negoziare lealmente per tagliare il suo programma nucleare o discutere seriamente su un medioriente libero dal nucleare.
Seymour Hersh scrive: "l'entità` e la raffinatezza dell'arsenale nucleare israeliano permette a uomini come Ariel Sharon di sognare il ridisegnamento della mappa del Medioriente, aiutato dall'implicita minaccia della forza nucleare."

C'è un'abbondanza di prove a sostegno di questa analisi. Ezer Weizman, l'ex presidente israeliano, afferma: " L'opzione nucleare guadagna attualità` e la prossima guerra non sarà convenzionale."
Ze'ev Shiff, un esperto militare israeliano che scrive su Ha'aretz dice: "chiunque creda che Israele firmerà la Convenzione ONU contro la proliferazione di armi nucleari sta sognando ad occhi aperti."

E Munya Mardoch, direttore dell'Istituto Israeliano per lo sviluppo dei sistemi d'arma dice nel 1994: "Il significato morale e politico delle armi nucleari è che gli stati che rinunciano al loro uso si mettono nella situazione di vassalli. Tutti questi stati che si sentono soddisfatti dal possesso di armi convenzionali sono destinati al ruolo di vassalli."
Nel momento in cui la società` israeliana diventa sempre più polarizzata, l'influenza della destra radicale si rafforza sempre di più. Secondo Shahak: " La prospettiva che gruppi come il Gush Emunin o altri fanatici israeliani di destra o qualcuno dei deliranti generali dell'esercito israeliano prendano il controllo delle armi nucleari non è da escludersi nel momento in cui la società ebraica israeliana segue una solida polarizzazione, il sistema di sicurezza si affida sempre più al reclutamento tra le fila dell'estrema destra."

 

In una futura guerra mediorientale - che non si può del tutto escludere stanti le asserzioni di Ariel Sharon, un criminale di guerra con un passato di sangue che va dal massacro di civili palestinesi a Quibya nel 1953 al massacro di Sabra e Chatila nel 1982,e via discorrendo - il possibile uso di armi nucleari da parte israeliana non può essere escluso.

Seymour Hersh avverte: "Se scoppierà una nuova guerra in medioriente o se qualche nazione araba lancerà missili contro Israele, come ha fatto l'Iraq, un'escalation nucleare, una volta impensabile se non come ultima risorsa, non sarebbe una probabilità remota."

Molti pacifisti mediorientali hanno esitato a discutere sul monopolio nucleare israeliano nella regione e questo ha portato ad analisi incomplete e non uniformi e a strategie d'azione sbagliate. Ma rimettere al centro dell'attenzione il problema delle armi di distruzione di massa di Israele avrà diversi effetti salutari.

Primo, metterà in luce la dinamica di destabilizzazione che porta gli eserciti mediorientali a costringere gli stati della regione a cercare ognuno il proprio "deterrente".

Secondo, metterà in luce il doppio standard grottesco che vede gli USA e l'Europa da un lato condannare l'Iraq, la Siria e la Corea del Nord per lo sviluppo di armi di distruzione di massa mentre contemporaneamente proteggono e legittimano il principale colpevole.

Terzo, scoprire la strategia nucleare israeliana, aiuterà a focalizzare l'attenzione internazionale.e ci saranno maggiori pressioni per farne smantellare l'arsenale e negoziare lealmente.

Infine, un'Israele non nuclearizzata, darebbe luogo ad un Medioriente non nuclearizzato, rendendo molto più probabile un accordo di pace complessivo nella regione.

Finchè la comunità internazionale non affronterà Israele rispetto al suo programma nucleare segreto, è improbabile che si sarà alcuna soluzione del conflitto Israelo-arabo, un fatto su cui conta con tutta evidenza Israele, come l'era Sharon fa presagire.

 

http://www.tmcrew.org/csa/l38/wwi/israelnukenation/index.htm

 

 

01:54 - Jan. 1, 2009 - commenti {0} - Invia un commento

NUOVI ACQUISTI

 

Programma MRAP

L'Italia ha deciso l'acquisto di 10 veicoli Mine Resistant Ambush Protect (MRAP) per 8.353.715 $. La commessa è di 6 Cougar 6x6 e di 4 Buffalo per la bonifica del tragitto dei convogli. La costruzione dei mezzi per l’EI, che saranno realizzati nello stabilimento di Ladson, dovrebbe completarsi entro luglio 2008, entro l’estate i mezzi dovrebbero quindi essere consegnati, mentre il contratto per la fornitura di pezzi di ricambio e il supporto campale dei veicoli durerà fino al giugno del 2009.

MRAP Cat III Buffalo

Dimensioni: lungo 8,20 m larghezza 2,59 m alto 3,96 m;

Altezza da terra 0,41 m sugli assi; 0,61 m sul resto del corpo

Passo: - m;

Equipaggio: 2 + 4

Motore: diesel Mack ASET AI-400 da 330 KW (450 HP), trasmissione Allison 3500 SP

Ruote: Michelin XZL 1600 R20

Trazione: -

Freni: -

Velocità: 105 km/h

Autonomia: 483 km

Peso massimo: 36,32 tonn, carico utile 15,74 tonn

Guado: -

Pendenze: -%

Protezione: corazzatura di livello III

 

 

MRAP Cat II Cougar 6x6

Dimensioni: lungo 7,08 m larghezza 2,74 m alto 2,64 m;

Altezza da terra circa 0,4 m

Passo: - m;

Equipaggio: 2 e fino a 8 passeggeri

Motore: diesel Caterpillar C-7 Diesel 243 kW (330 hp), trasmissione Allison HD-4560P

Ruote: 6 Michelin XZL 395/85 R20

Trazione: integrale 6x6

Freni: S-CAM ad aria

Velocità: 105 km/h

Autonomia: 966 km

Peso massimo: 23,59 tonn

Guado: 39 pollici senza preparazione

Pendenze: -%

Protezione: corazzatura di livello II

 

 


 

Veicolo Tattico Medio - VTM-X, VTP-X/GFF4 - 4x4 e 6x6

noto anche come KMW Grizzly o MPV - Multi Purpose Vehicle

Dimensioni: 4x4 lungo 6,9 m larghezza 2,53 m alto 2,75-3,05 m; 6x6: 7,4 x 2,53 x 3,05 m

Passo: 4x4 4,0 m; 6x6: il 1° 3,0 m e il 2° 1,39 m

Equipaggio: 4x4 1 + x elementi equipaggiati; 6x6: 1 + 10

Motore: turbodiesel IVECO Cursor 9 da 400 HP (294 kw), un 331 kw per il 6x6, cambio idromeccanico automatico con retarder secondario a 5 marcie più 1 retromarcia

Ruote: -

Trazione: 4x4 e 6x6

Freni: -

Velocità: 90+ km/h

Autonomia: 700 km

Peso massimo: 4x4 18 tonn; 6x6: 25 tonn

Guado: 0,75 m senza preparazione e 1,2 con preparazione

Pendenze: 60+ %

Altezza da terra: 0,429 m sotto i differenziali e scocca a V

Protezione: antimina, proiettili, missili a frammentazione, anti-IED, NBC con sistema di aria condizionata indipendente e balistica

Armamento: mitragliatrici da 7,62 e 12,7 mm, lanciagranate da 40 mm

Sistemi: -

Note: Lo chassis è stato sviluppato da quello del camion 6x6 da cava IVECO Trakker.
Per l'Esercito Tedesco il 6x6 è classificato in "classe 4" ed è trasportabile con l'A-400M.

Programma: Nato dalla necessità di realizzare blindati con forti capacità antimine data l'esperienza in Afghanistan e Iraq. Il programma è iniziato dalla sola KMW nel 2007 in base ad un contratto siglato con il Ministero della Difesa Tedesco per la versione 6x6. A giugno 2008, durante EUROSATorY tenutosi a Parigi,--> è stato siglato l'accordo con iveco per la versione 4x4. La modularità del progetto prevede anche la possibilità della versione 8x8 oltre alle versioni ambulanza e posto comando. Il primo prototipo di 6x6 è già in prova dall'inizio del 2008 mentre per il 4x4 si dovrà attendere fine anno. La produzione di serie potrà iniziare nel 2009.
Fonti giornalistiche riportano che EI ha deciso di acquisire il 4x4, nella versione compatibile con il C-130J, per equipaggiare i reparti che non riceveranno il VBM Freccia.

Costruttore: Consorzio IVECO FIAT - Krauss Maffei Wegmann

Acquirenti: Esercito Tedesco il 6x6; intenzione dell'Esercito Italiano per il 4x4

 

 

 


 

Lince (VTLM) - Veicolo tattico leggero multiruolo - Iveco LMV

 

Costo stimato: circa 300.000 € per la versione italiana.
Il programma dell'Italia per l'acquisizione di 1.150 veicoli ha un onere previsto, nel 2008, di 315 milioni di € con termine nel 2011. Ciò che segue sono parte degli investimenti annuali italiani:
2005 => 50,0 milioni di euro
2006 => 1 milione di euro
2007 => 121 milioni di euro
2008 => 64,8 milioni di euro
La Spagna ha speso 12,4 milioni di euro per i primi 40 mezzi, cioè 310.000 € l'uno con allestimento molto simile a quello italiano. Il secondo lotto da 80 velivoli firmato ad aprile 2008 vale 24,7 milioni di € incluse alcune in versione ambulanza.
I veicoli per il Regno Unito escono dallo stabilimento di Trento non completi per terminare l'allestimento oltre manica. Il costo unitario di un Panther CLV è di circa 405.000 £ (sterline).

 

Acquirenti: Esercito Italiano 1.150 (requisito per 7.000), Marina Militare Italiana circa 60, Aeronautica Militare Italiana ?, Carabinieri 3, Protezione Civile ?,
Royal Army 801 + 400 opzioni come "Panther CLV", Belgio 440 + 400 opzioni + 120 kit di protezione aggiuntiva, Norvegia 35 + 37 opzioni, Croazia 70, Spagna 120, Repubblica Ceca 19, Albania 9.

 

 

http://digilander.libero.it/en_mezzi_militari/index.html

 

 

19:24 - Dec. 26, 2008 - commenti {0} - Invia un commento

Esercito romano

 

 

L'ESERCITO

La guerra e la protezione divina

Un popolo guerriero


Roma era circondata da popoli potenti e ricchi: gli Etruschi che un tempo dominavano su quasi tutta l'Italia, i Sabini, popolo fiero e ricco, gli Umbri, gente dura e tenace, i Latini, pratici e realistici. Se questa città  fosse stata conquistata e sottomessa, se non avesse lasciato alcuna impronta nella storia, sarebbe stato un fatto normale. Invece Roma diventò…Roma!
Un popolo che riuscì ad emergere tra così potenti nemici e poi conquistare e mantenere un impero che inglobava tutto il mondo conosciuto doveva per forza di cose essere in possesso, oltre che di una grande volontà  di dominio e di potenza, anche e soprattutto di un poderoso esercito e di tattiche di guerra superiori a quelle dei propri vicini. E, in effetti, l'esercito romano fu invincibile per almeno otto - nove secoli: cosa gli diede tanta forza e per così tanto tempo?

Il romano non era diverso dai suoi conterranei e contemporanei; in qualche aspetto era addirittura inferiore: non aveva ad esempio la potenza fisica dei Celti e dei Germani … eppure, superato il primo impatto con i Galli Senoni di Brenno nel 390, li sconfisse in ogni occasione successiva; non aveva "armi segrete" come gli elefanti di Pirro … eppure neutralizzò "quegli antichi carri armati"; non era un popolo marinaro, ma distrusse Cartagine, la più grande potenza marittima dell'epoca. Quale era allora il suo segreto?
La superiorità  romana nelle imprese belliche era dovuta ad una serie di fattori: la perfetta organizzazione della struttura militare, il rigore dell'addestramento, l'adozione di strategie commisurate ai mezzi a disposizione, alla natura dei luoghi, alle caratteristiche del nemico. In pratica nulla era lasciato al caso: i soldati erano ben motivati, i rituali e le pratiche religiose rispettate, gli accampamenti costruiti con particolare cura. Questi ultimi, ad esempio, diventavano veri e propri paesi: avevano una struttura regolare ed erano circondati da un fossato e da una palizzata; al loro interno vi erano le tende per l'alloggiamento dei soldati; al centro si trovava uno spiazzo con la tenda del comandante e un altare per i sacrifici. I soldati difendevano il loro accampamento come se fosse stata la loro città .
Un grande punto di forza dell'esercito romano era la disciplina ma giocava la sua parte anche il fatto che era necessario aver militato nell'esercito per accedere alle cariche politiche, che per buona parte coincidevano con quelle militari. Ricordiamo a tal proposito che il console era sia la massima autorità  civile sia quella militare. Tutti gli uomini liberi della penisola erano chiamati alle armi. Dai 17 ai 45 anni (iuniores) erano destinati alle guarnigioni mobili per il pronto impiego nei luoghi richiesti, e dai 46 ai 60 anni (seniores) erano destinati alle guarnigione territoriali per presidiare le città  in tempo di guerra. In pratica si era soldati per tutta la vita.

Il cittadino romano fin dall'infanzia era educato militarmente; studiava arte militare e trascorreva 10 anni di formazione negli accampamenti e sui campi di battaglia. Si diventava valorosi per causa di forza maggiore. Non era concepibile, infatti, la vigliaccheria, che era crudelmente punita con la fustigazione fino alla morte del colpevole. Il comandante poteva far decapitare un soldato che era fuggito davanti al nemico, mentre al disertore era tagliata la mano destra. Con questi presupposti la sconfitta era molto difficile, quasi una possibilità  remota.

A tutto questo si affiancava il duro addestramento e l'abitudine al sacrificio, che portava il soldato romano a lunghe marce, trasportando il proprio bagaglio e la propria armatura (oltre 30 kg totali) ed alla sera piantava la tenda e innalzava la palizzata. Quando non c'erano battaglie o guerre, i soldati provvedevano a costruire strade, ponti e opere urbane. E non crediamo che al soldato spettasse una razione viveri luculliana.

La sua alimentazione era semplice: pane o polenta, verdura, vino agro, raramente carne. A tal punto ci si abituava che i soldati di Giulio Cesare si lamentavano quando erano costretti a mangiare carne. Non ricevettero paghe fino al 405 a.C.; dopo queste furono molto modeste, ma erano integrate con una parte di bottino che spettava a tutti, in relazione al grado sociale: verghe d'oro o d'argento, denaro, terre, uomini, beni mobili.

Il fatto che fu proprio nel 405 ad essere introdotta la paga per il soldato ed il diritto ad una parte di bottino in relazione al suo grado ci porta a capire anche meglio perché Roma alla lunga risultava vincitrice. Fu durante la guerra con Veio che Roma sperimentò nuove strategie belliche, che erano in uso presso i Greci, ma sconosciute dai popoli italici. Fino a quel momento le guerre sulla penisola italica erano piccole scaramucce se non liti tra vicini. Esse si combattevano per lo più durante la bella stagione, con l'approssimarsi dell'inverno le ostilità  erano sospese, i soldati tornavano a casa… Probabilmente si riprendeva nella primavera successiva o anche più in là ; in Italia, infatti, erano sconosciute le tecniche d'assedio, come quella sperimentata dai Greci a Troia. Per questo era potuto succedere che Veio e Roma, distanti tra loro circa 20 km, erano state in guerra per quasi cento anni, per rimanere in un periodo ben conosciuto.

Quando nel 406 a.C. iniziò quella che doveva essere l'ultima guerra tra Veio e Roma, era chiaro ad entrambi i contendenti che la posta in gioco era molto alta: la supremazia sul Lazio. Nel racconto dello storico Tito Livio traspare proprio l'idea che la guerra sarebbe finita solo con la distruzione di una delle due rivali, cosa che infatti avvenne. Orbene, una guerra condotta come nel passato non sarebbe servita ai romani per raggiungere lo scopo, era inutile assediare una città  ben fortificata solo per qualche mese e poi lasciare il campo delle operazioni con l'inizio della brutta stagione, consentendo all'avversario di curarsi le ferite.

I romani, allora, cambiarono sistema: cinsero d'assedio Veio, cosa che non era mai successo nel passato e che sorprese proprio gli abitanti dell'Urbe, non abituati a mantenere i propri uomini fuori della città  per tanto tempo. Per la cronaca, quella guerra durò dieci anni, fino al 396 a.C.. L'assedio di una città  comportava grossi problemi. I soldati erano anche cittadini comuni, soprattutto contadini, e combattendo durante guerre e battaglie lasciavano le proprie occupazioni, per farvi ritorno a operazioni concluse. Per i ricchi non c'erano problemi, avendo schiavi e servi che restavano a curare i loro interessi, ma per i più poveri e per i coltivatori diretti della propria terra, una guerra era una tragedia tanto più grave quanto più era lunga. Al ritorno a casa, trovano il loro campicello incolto e le famiglie oberati di debiti contratti per sopravvivere. Per questo era impossibile pensare ad un assedio come le circostanze richiedevano: i soldati nonostante tutto non avrebbero potuto. Allora Marco Furio Camillo, che conduceva quella guerra e che poi distrusse Veio, istituì una paga per i soldati. Ecco due esempi di adattamento alle circostanze per raggiungere il proprio scopo.
Oltre alla paga, come abbiamo detto prima, il militare riceveva anche parte del bottino; questa prassi esisteva in tutti gli eserciti. Ovviamente tutti volevano partecipare al saccheggio e conquistarsi la maggiore preda possibile; nessuno voleva rinunciarvi. Avveniva a volte che il nemico organizzava una controffensiva che, dopo aver respinto gli assalitori, giungeva a conquistare addirittura l'accampamento dell'avversario. E così tante battaglie praticamente vinte , si risolvevano in una sconfitta.

Per ovviare a questo, non tutti i soldati romani partecipavano al saccheggio, ma c'erano sempre soldati a difesa dell'accampamento. Tutto il bottino, poi, era portato al comandante che provvedeva a distribuirlo in tre parti: quella spettante all'erario, quella da offrire agli dei e quella da dividere tra i soldati.. Tutti, nella misura prestabilita, partecipavano alla divisione, anche i feriti, le truppe di riserve e quelle rimaste di guardia all'accampamento. Di conseguenza non c'era invidia tra i militari, l'accampamento era sempre difeso e spesso da esso uscivano le truppe fresche necessarie per rintuzzare eventuali contrattacchi nemici. Come si può vedere si tratta di principi semplici, ma erano solo i romani ad applicarli.

La riforma centuriata


Il primo che si interessò all'esercito in un'ottica più moderna, secondo la tradizione, fu Servio Tullio ritenuto autore della famosa Riforma Centuriata. Gli storici ritengono che essa appartenga al primo periodo repubblicano, ma non è un problema che ci interessa in questa sede. Con questa riforma ricchezza, peso politico e servizio militare erano strettamente collegati; tutti i cittadini, infatti, in base al censo, furono divisi in sei classi ognuna delle quali avrebbe dovuto fornire centurie secondo il seguente schema:

Patrimonio - Centurie

Oltre 100.000 assi - 18 di cavalleria - 80 di fanteria

100.000-75.000 assi - 20 di fanteria

75.000-50.000 assi - 20 di fanteria

50.000-25.000 assi - 20 di truppe ausiliarie leggere

25.000-11.000 assi - 30 di soldati dotati di armamento leggero

Proletari o nullatenenti - 5 ausiliarie (falegnami, fabbri, suonatori di corno o di tuba)

Il compito della difesa del territorio fu sempre sentito come un dovere specifico di tutta la collettività , e per questo motivo l'esercito in età  repubblicana fu l'espressione della società  nel suo complesso; nelle legioni militavano solo gli uomini liberi che avevano la cittadinanza e i doveri militari e i diritti politici erano strettamente collegati. Infatti, le centurie assunsero anche la funzione di unità  elettorali, con il compito di prendere le decisioni di carattere politico più importanti.

Le assemblee dei componenti delle centurie si chiamavano comizi centuriati, e ogni centuria aveva diritto a un voto. Siccome la prima classe forniva 98 centurie e aveva a disposizione altrettanti voti, si trovava sempre in situazione di maggioranza rispetto alle altre in caso di voto compatto, avendo queste a disposizione solo 95 voti. I comizi centuriati rivestivano grande importanza: eleggevano le magistrature ordinarie più alte (consoli, pretori, censori), dichiaravano lo stato di guerra e concludevano la pace su proposta del senato e fino al 287 a.C. ebbero il compito di approvare in maniera definitiva le leggi.

Tale situazione cambiò in epoca imperiale: l'estensione dei confini impose la presenza di un esercito permanente e perciò la leva si basò sulla coscrizione volontaria. Si arrivò così alla formazione di un esercito professionale, necessario perché la sopravvivenza dell'impero non poteva essere salvaguardata da truppe occasionali.

La guerra


Per i romani, ma in genere per tutti gli antichi, ogni cosa avveniva solo se voluta dagli dei; erano essi a decidere la vita e la morte, la salute e la malattia, a determinare una vittoria o una sconfitta. Per questo, prima di iniziare una qualsiasi attività  era necessario consultarli, chiederne i favori, placarli, imbonirli. Esistevano giorni fausti nei quali tutto poteva essere fatto, e giorni nefasti dove alcune azioni erano vietate, esistevano procedure e rituali da rispettare.

Era molto raro che capitassero episodi come quello che ci racconta lo storico Tito Livio avvenuto durante una guerra contro gli Equi (v sec. a.C.): «Il console Valerio, che aveva marciato col suo esercito contro gli Equi, non riuscendo a provocare il nemico a battaglia, s'accinse ad assalirne l'accampamento. Glielo impedì una spaventosa tempesta che si rovesciò dal cielo con grandine e tuoni. Il suo stupore crebbe poi quando, dato il segnale della ritirata, il tempo ritornò così calmo e sereno che, come se il campo fosse difeso da qualche divinità , gli parve un sacrilegio assediarlo di nuovo».

Ma un buon generale non doveva trascurare i segnali inviati dalla divinità  e quindi già  prima di iniziare una guerra doveva essere "a posto con gli dei". Non poteva dichiarare una guerra arbitrariamente, ma essere sempre dalla parte della ragione, combattere cioè una guerra giusta.

Il bellum iustum


Il buon esito della guerra dipendeva certamente dalle scelte strategiche dei generali e dal grado di addestramento dell'esercito, ma in primo luogo per i Romani vi era una condizione di grandissima importanza: la risposta militare era valida solo se traeva forza dal rispetto del bellum iustum (di una guerra legittima), da una condizione di necessità  che giustificasse il ricorso alle armi. La guerra era accettata all'interno di una concezione sacrale del potere. Da questa premessa religiosa derivava la necessità  di compiere alcuni riti indispensabili per accertarsi della protezione divina.

Secondo la mentalità  degli antichi, la prosperità  di una città  dipendeva dalla benevolenza degli dei; una cerimonia consisteva perciò nell'evocatio, cioè nell'evocazione degli dei perché uscissero dalla città  dei nemici. Il generale romano pronunciava alcune formule di rito, sacrificava un animale per esaminarne le viscere e cogliere i segni della divinità  al fine di capire se l'invito era stato accolto.

Per avere conferma della legittimità  della guerra, già  in epoca monarchica i Romani avevano istituito il collegio sacerdotale dei feziali; questi sacerdoti, dopo essersi accertati che Roma avesse ricevuto un'offesa, si recavano dal popolo nemico e dicevano solennemente: «Noi siamo gli inviati ufficiali del popolo romano, ambasciatori secondo il diritto umano e divino»; quindi ponevano le condizioni per riparare l'offesa.

Gli stessi sacerdoti avevano il compito di ratificare il trattato di pace (stipulato nei particolari dall'autorità  politica), pronunciando una formula di exsecratio, cioè di maledizione, che avrebbe dovuto attirare la punizione divina su chi non avesse rispettato i patti. Se l'offesa non era riparata o se Roma non si sentisse soddisfatta dall'offerta del nemico, allora la parola passava alle armi ed entravano in ballo gli invincibili legionari.
… e passiamo ora ad esaminare lo strumento della potenza:

La legione


L'unità  tattica fondamentale dell'esercito romano era la legione. Nella storia primitiva dell'organizzazione militare romana, indicava la "leva"; passò poi a significare l'esercito romano nel suo insieme, e infine l'unità  organica fondamentale dello stesso esercito. Il reclutamento nella legione in linea di principio era fatto solo con cittadini. Le notizie sulla struttura della primitiva legione sono molto incerte. Si può ritenere che nel primordiale stato gentilizio la legione contasse 3000 fanti e 300 cavalieri, reclutati nelle tre tribù genetiche dei Tities, Ramnes e Luceres in ragione di mille fanti (da cui milites) e cento cavalieri per ognuna. Salì poi a 4200 all'epoca di Polibio, a 6200 al tempo di Mario, per stabilizzarsi infine sui 4-5000.

Il numero delle legioni, salito a 45 nelle guerre civili, fu ridotto a 25 da Augusto per fissarsi successivamente intorno a 30, con effettivi di 5000 militari per legione e con un totale di circa 150.000 uomini, reclutati ancora tra cittadini, ma con graduale immissione anche di provinciali volontari che divennero prevalenti verso la fine del sec. II d. C.

Le principali unità  tattiche della legione erano:

La coorte (cohors): Con la riforma di Mario la legione fu divisa in dieci coorti di 600 uomini ciascuna e fu unificato l'armamento dei tre reparti iniziali Le coorti si vennero distinguendo in coorti legionarie, comandate da tribuni, e coorti ausiliarie comandate da prefetti, queste ultime formate con elementi reclutati nelle province. Facevano parte a sé le cohortes civium romanorum, costituite da cittadini romani del territorio italico. Le coorti prendevano talvolta nome particolare o dall'imperatore che le aveva create, o dalle armi speciali, o dalla nazionalità  dei soldati, o da particolari caratteristiche.

Cohortes expeditae: senza salmerie, erano preposte ad azioni rapide;

Cohortes subsidiariae: erano truppe di riserva.

Esistevano altre coorti che non facevano parte delle legioni, ma le citiamo solo per curiosità .
Cohortes pretorianae: adibite a guardia del corpo dell'imperatore;

Cohortes urbanae: adibite a guarnigione di Roma;

Cohortes vigilum: avevano compiti di polizia urbana e antincendio.

Il manipolo (manipulus):era composto da due centurie i cui effettivi variavano da 60 a 120 uomini. In battaglia il manipolo si disponeva su dieci file, distanti fra loro circa due metri.
La decuria: nel più antico esercito romano costituiva la decima parte della centuria, formata da un raggruppamento di dieci soldati o cavalieri.

La centuria: era l'originaria unità  tattica della legione, così chiamata perché inizialmente di cento uomini. La sua composizione variò poi dai 50 ai 100 uomini.

Fino a Mario la legione era suddivisa in 30 manipoli, unità  tattiche formate da due centurie. Una centuria poteva comprendere da 50 a 100 uomini. In prima linea erano schierati 10 manipoli di hastati, soldati giovani, dietro di loro stavano 10 manipoli di principes, soldati di maggiore esperienza, sulla terza fila erano schierati i triarii, soldati più anziani di provata esperienza. Inoltre c'erano circa 1200 velites, la fanteria leggera (formata da arcieri, sagittarii e frombolieri, funditores) e 300 cavalieri.

Durante una battaglia, dopo le azioni di disturbo da parte dei velites, avanzavano gli hastati; se la pressione del nemico diventava troppo forte questi indietreggiavano formando una nuova fila più compatta con i principes. In caso estremo entravano in azione anche gli esperti triarii. Mario riformò la struttura della legione, suddividendola in dieci coorti formate da tre manipoli, sempre suddivisi in due centurie ciascuno.

Non mancava la squadra del genio militare, una delle armi migliori dell'esercito romano, capace di affrontare lavori di alta specializzazione, come costruire ponti, navi per trasporti oceanici, strade. I Romani ebbero fabri lignarii (falegnami), aerarii (fabbri), fossores (zappatori) e, dall'epoca dell'impero, anche reparti di pontieri.

Il comando supremo della legione era affidato al console, il quale era coadiuvato da un legatus (che svolgeva le funzioni di sostituto o di principale collaboratore) dai tribuni militum (a capo delle coorti) e dal praefectus fabrum, il capo degli artigiani (ovvero il reparto del genio militare). Gli Ufficiali inferiori erano: i centurioni, a capo delle centurie; i decurioni, a capo delle decurie ;il praefectus equitum, comandante della cavalleria.
L'insegna della legione era un'aquila d'argento ad ali spiegate infissa su una lunga asta. Il soldato che reggeva l'aquila era chiamato aquilifer. L'addetto al vessillo dell'aquila della legione era un ufficiale scelto appositamente per la sua fermezza e la sua in campo di battaglia. Faceva parte della centuria del primipilo, ossia il centurione più anziano e più elevato di rango della prima delle dieci coorti in cui era divisa la legione. L'aquila andava difesa ad ogni costo e la sua perdita era il più gran disonore che potesse capitare alle legioni; il legionario preferiva la morte che rendersi colpevole di questa vergogna. A tal proposito possiamo ricordare la rovinosa sconfitta subita da Varo nel 9 d.C. contro i Germani di Arminio. Questi avendo anche conquistato quattro insegne, le nascose, sapendo quanto fossero importanti per il nemico. Non le restituì mai mentre i Romani per loro conto non ebbero pace fino a quando non rientrarono in possesso delle loro aquile: l'ultima fu ripresa ai Germani che l'avevano sottratta dall'imperatore Claudio.

Le armi


Il legionario usava come armi offensive una spada corta e larga, il gladius, e due tipi di arma da getto, il pilum (giavellotto) e l'hasta (asta). Per proteggersi usava un elmo (galea) e uno scudo che poteva essere oblungo e di cuoio (scutum) oppure rotondo e di metallo (clipeus). Avevano inoltre schinieri e corazza in bronzo (ocreae, lorica ex aere). I velites avevano un armamento leggero; gli arcieri avevano un arco, mentre i frombolieri usavano fionde e proiettili di pietra (fundae, lapides missiles).

I Romani utilizzarono anche varie macchine da guerra. La balista era simile a una balestra che scagliava a distanza pietre, grossi dardi e materiale incendiario; l'ariete era una robusta trave con la testa di bronzo o di ferro che era fatta battere contro porte e muraglie di opere fortificate per aprire brecce, demolire e sfondare; la torre, un'armatura in legno che agevolava la scalata delle mura; la testuggine era una tettoia mobile a protezione degli assalitori nell'accostamento alle mura; la catapulta era costituita da un meccanismo di carica elastico (cordami ritorti e balestre) e da un braccio munito di cucchiaio atto a contenere il proiettile, costituito da grosse pietre, dardi, frecce, bombe incendiarie ed era usata come arma da assedio, campale o montata su navi.

La marina


I Romani furono dominatori anche sui mari, ma le imprese marittime sono poco conosciute, eccetto forse quelle della prima guerra punica e la repressione della pirateria. In ogni modo la marina di Roma rese tranquilla la navigazione in tutto il Mediterraneo. Vediamo brevemente anche questo strumento di guerra.

La nave da guerra romana a remi era sostanzialmente uguale a quella delle altre marine. Dovendo installare a bordo i banchi per i rematori, aveva poco spazio per imbarcare armi offensive e soldati. Le armi offensive di cui era dotata consistevano in armi da getto (catapulte, dardi incendiari, fionde), arieti e quanto poteva servire a danneggiare la nave avversaria prima di venire in contatto con essa. L'arma più pericolosa era comunque il rostro, che aveva lo scopo di sfondare la carena avversarie e provocarne l'affondamento.

Quando la flotta romana veniva in contatto con quella avversaria subito si cercava di agganciare l'avversario con rostri e grappini, in modo da consentire il trasbordo dei soldati sulla nave nemica. E bisogna ricordare che spesso l'esito della battaglia navale era deciso dallo scontro delle fanterie imbarcate.

I primi esempi di battaglie navali vinte in pratica dalla fanteria imbarcata si ebbero durante la prima guerra punica, dove i romani, potenza essenzialmente terrestre, riuscì a sconfiggere i Cartaginesi, potenza essenzialmente marinara, grazie all'invenzione dei famosi "corvi", con i quali agganciavano le navi avversarie immobilizzandole e tenendole unite alle proprie grazie ad una passerella sulla quale passavano i fanti, trasformando in pratica la battaglia navale in battaglia terrestre.

L'ovatio e il trionfo


Quando la guerra aveva termine al comandante vittorioso erano tributati grandi onori che potevano consistere nel trionfo o nell'ovazione.

Il trionfo era decretato dal Senato ed era tributato al generale che otteneva una vittoria decisiva. Esso consisteva in un solenne corteo che attraversava la città  dalla porta trionfale e, percorsa la Via Sacra, saliva al Campidoglio: andavano innanzi i prigionieri, i carichi del bottino di guerra, i senatori. Il generale vittorioso, imperator, attorniato dai suoi ufficiali, seguiva su un carro tirato da quattro cavalli bianchi, rivestito di una toga di porpora (toga picta), il volto dipinto di rosso minio, una corona d'alloro dorato sul capo e con lo scettro; uno schiavo accanto gli rammentava di essere solo uomo (hominem te memento); veniva dietro l'esercito in assetto di guerra. I militari durante la sfilata lanciavano lazzi e frizzi, a volte anche molto volgari, all'indirizzo del loro generale e da questa tradizione non andò esente neppure il grande Giulio Cesare.

Sul Campidoglio il trionfatore deponeva sulle ginocchia della statua di Giove una corona ed offriva in sacrificio un toro. Dopo il sacrificio egli offriva un banchetto ai senatori e agli ufficiali mentre al popolo erano distribuiti viveri. I prigionieri finivano sgozzati nel Carcere Mamertino. A titolo di ricompensa, i soldati partecipanti al trionfo ricevevano una gratifica chiamata donativo.

L'importanza attribuita al trionfo è testimoniata dai Fasti Triumphales, cioè la lista dei comandanti che avevano ottenuto l'onore del trionfo, che andava ad aggiungersi alla lista dei fasti consolari, cioè la lista dei consoli succedutisi nel tempo. Nella storia di Roma si contano circa 350 trionfi.

Con l'avvento dell'impero il trionfo spettò solo all'imperatore.

Se l'impresa non era meritevole del trionfo (ad esempio una vittoria contro nemici poco agguerriti o la repressione di una sommossa), al generale era tributata l'ovatio. Questa era un trionfo minore in cui il duce vittorioso aveva l'onore della corona di mirto e sacrificava una pecora in Campidoglio, dove si recava a piedi o a cavallo.
 
 
 

22:58 - Nov. 24, 2008 - commenti {2} - Invia un commento

ROMANIA E DINTORNI

 

http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=2&id_news=95

 

 

Una farsa olocaustica

Più di una trentina d’anni fa venne proiettata in Italia una pellicola romena intitolata "I Daci"; il regime nazionalcomunista di quegli anni incoraggiava anche nel cinema una produzione che mirasse a celebrare la formazione del popolo romeno e le sue successive vicende storiche.

Da allora, se ben ricordiamo, dalla Romania non è più arrivato qui da noi nessun prodotto cinematografico, nonostante nel paese danubiano non abbiano scarseggiato, nell’ultimo trentennio, registi di buon livello.

Tra questi non rientra affatto Radu Mihaileanu, il quale però ha capito come va il mondo (smecher! direbbero i suoi concittadini con un prestito linguistico d’origine yiddish) e ha trovato la maniera per garantirsi un successo che non avrebbe certamente conseguito, qualora avesse coltivato il filone dell’epica nazionale. Le scolaresche italiane non sarebbero state deportate in massa nelle sale cinematografiche per assistere a un film su Traiano, Decebalo, Stefano il Grande o il Maresciallo Antonescu.

Perciò Mihaileanu ha fatto un film, "Train de vie", ispirato all’epica ufficiale dell’Occidente: quella olocaustica. La vicenda che fa da sfondo al film è nota, perché i giornali ovviamente non sono stati avari di recensioni e di segnalazioni; anzi, nel 2003, in occasione di quella nuova festa nazionale italiana che è la Giornata della Memoria, "Train de vie" è stato anche inserito in alcuni programmi televisivi.

La storia comunque è la seguente. Nell’estate dell’anno cinquemila e rotti dalla creazione del mondo, cioè nel 1941 dell’era volgare, dunque all’epoca della dittatura instaurata dal generale Ion Antonescu in seguito all’espulsione dei legionari dal governo, l’esercito tedesco sta deportando tutti gli ebrei dalla Romania, naturalmente “in gas” (per dirla nell’italiano di Primo Levi). Immaginate che bolletta catastrofica, visto che erano più o meno ottocentomila gli ebrei che tra il XIX e il XX secolo avevano invaso la Romania.

In una imprecisata località di questa pseudoromania ammannita agli spettatori occidentali (ché in Romania "Train de vie" non hanno osato proiettarlo), lo scemo del villaggio suggerisce una via di salvezza: deportiamoci da soli e andiamo in Palestina in treno. E la Palestina, a quanto si apprende dai dialoghi curati da Moni Ovaia, è un luogo disabitato, un deserto che aspetta solo l’arrivo dei sionisti per poter essere trasformato in giardino.

L’idea dello scemo dello shtetl è accolta con entusiasmo dal rabbino e dagli altri saggi, perché per bocca degli scemi, dice il rabbino stesso, parla il dio degli ebrei. E così gli ebrei del villaggio si mettono al lavoro e in quattro e quattr’otto fabbricano un treno nuovo di zecca. La maggior parte della popolazione dello shtetl salirà sui vagoni posteriori, mentre sulle lussuose carrozze anteriori saliranno gli ebrei che si sono travestiti da SS. Li guida il bravo Mordechai, che si è tagliato la barba, si è travestito da colonnello SS e in poche ore ha imparato a parlare un tedesco perfetto: Die deutsche Sprache gut und schnell, come promettono alcuni corsi di lingua tedesca. Col suo tedesco impeccabile e una dialettica che farebbe invidia a un talmudista, Mordechai riesce a mettere nel sacco gli ufficiali tedeschi che ai posti di blocco vogliono controllare quello strano convoglio, il quale non è registrato né negli orari ferroviari né nelle liste dei “treni segreti”. I tedeschi, d’altronde, oltre ad essere delle bestie feroci, sono anche dei bestioni imbecilli, sicché il treno riesce a raggiungere la frontiera sovietica.

Qui gli ebrei si imbattono in un gruppo di zingari che, minacciati anche loro di sterminio dalle belve naziste, hanno avuto la stessa idea degli ebrei e si sono travestiti da deportatori e da deportati per potersene andare… in India. A questo punto ebrei e zingari fraternizzano e viaggiano insieme sul medesimo treno, finché arrivano tutti (o quasi) a destinazione.

La storia, in sé, è una vera e propria farsa, condita col tipico umorismo di un cabaret jiddish; si è detto, d’altronde, chi è l’autore dei dialoghi. Tra le profonde riflessioni teologiche, affidate per lo più allo scemo del villaggio, ci limitiamo a citare questo capolavoro di dottrina: “Che importanza ha che Dio ci sia o non ci sia? Ci siamo mai chiesti se esiste l’Uomo?” A parte i witz di questo genere, lo spettatore ricava alcuni messaggi di tipo storico-politico; uno dei quali consiste nella già riferita tesi sionista circa la Palestina.

Ma il messaggio principale che la storia intende trasmettere riguarda la deportazione degli zingari e degli ebrei della Romania ad opera dell’esercito tedesco.

Ora, per quanto riguarda gli zingari, alcuni anni fa avemmo il modo di intervistare, nella sua “cancelleria” di Bucarest, Sua Maestà Ion Cioaba I, al quale è succeduto il figlio Florin, attualmente assiso sul trono zingaresco. Ebbene, il vecchio Ion Cioaba, che aveva rappresentato gli zingari presso una commissione dell’ONU, dichiarò che i suoi sudditi dovevano ringraziare Antonescu se non erano stati internati nei campi di concentramento tedeschi, perché il Conducator li aveva arruolati per il lavoro coatto, mandandoli a costruire fortificazioni sul fronte orientale.

Quanto agli ebrei, vale la pena di riferirsi ad una fonte non certo sospettabile di velleità “negazioniste”: l’ebreo di Romania Radu Ioanid, direttore del Registro Nazionale dei Sopravvissuti dell’Olocausto. Da un’intervista che Radu Ioanid ha accordata a un giornalista ebreo, Andrei Cornea, e che è stata pubblicata sul n. 6 (9-15 febbraio 1994) del periodico in lingua romena “22” (finanziato dalla Fondazione Soros), risulta una situazione molto diversa da quella che Train de vie vorrebbe suggerire. Secondo Ioanid, sotto il governo di Antonescu “gli ebrei furono mandati in distaccamenti esterni di lavoro, furono privati di ogni diritto civile, furono depredati e spesso maltrattati, deportati da una zona all’altra, ma non furono sistematicamente sterminati”. Ebbero luogo alcuni pogrom, tra i quali quello descritto da Malaparte in Kaputt, ma si trattò delle azioni spontanee di una popolazione esasperata da decenni di sfruttamento. In ogni caso, nel periodo della dittatura di Antonescu i tedeschi non effettuarono deportazioni di ebrei dai territori dello Stato romeno.

Il film di Mihaileanu, che ci mostra una Romania nella quale l’unico esercito esistente è quello tedesco, insiste dunque su una menzogna che da alcuni anni a questa parte viene diffusa a vari livelli allo scopo di esercitare un ricatto nei confronti della Romania. Infatti alcuni anni fa gli ambienti sionisti presentarono al governo di Ion Iliescu una salata richiesta di riparazioni di guerra, rivendicando il 60% dei beni immobiliari dei grandi centri urbani! Simultaneamente, un gruppo di parlamentari del Congresso statunitense ingiunse al presidente della Romania di dichiarare Antonescu “criminale di guerra”.

07:55 - Nov. 23, 2008 - commenti {0} - Invia un commento

LA NOSTRA LOTTA

 

1. Per la riconquista nazionale
La nazione italiana deve tornare ad essere un organismo avente fini, vita e mezzi d’azione superiori, per potenza e durata, a quelli degli individui, divisi o raggruppati, che lo compongono. Deve tornare ad essere una unità morale, politica ed economica, che si realizza integralmente nello Stato.

Lo Stato che vogliamo è uno Stato etico, organico, espressione e riferimento spirituale della comunità nazionale. Il suo primo compito è quello di riaffermare e riconquistare la sovranità e l’autonomia minacciate da poteri forti, di natura privata ed internazionalista.

2. Per la sovranità popolare, contro i Poteri Forti.
Nella fase attuale, detta di “Globalizzazione” si assiste ad una vertiginosa presa di potere di strutture sovranazionali, internazionaliste, di natura privata, che impongono una dittatura di classe sulla nazione, svuotano di autorità le istituzioni e privano i cittadini di ogni forma reale di partecipazione e decisione nella vita pubblica e politica. Rivendichiamo il riscatto dell’idea romana di cittadinanza contro la riduzione allo stato di sudditi. Sovranità popolare e nazionale!

3. Per un controllo pubblico delle banche.
L’emissione della moneta è stata scippata alla Comunità Nazionale a favore di gruppi privati che espropriano il bene pubblico con privatizzazioni pilotate, tengono sotto strozzo i cittadini, distruggono il risparmio, moltiplicano il debito e devastano lo Stato Sociale.

Le banche – tutte private! – sono diventate inoltre un organo di controllo e di riscossione delle tasse.


Contro il vampirismo finanziario, proponiamo:

- Sovranità nazionale sull’emissione delle banconote.
- Proprietà Statale di BANKITALIA.
- Controllo politico sulla Banca Centrale Europea da parte della Comunità Europea.
- Istituzione di una Banca Nazionale Etica.
- Messa fuorilegge dell’usura intesa come crimine contro l’umanità.

4. Mettiamo il guinzaglio alle Multinazionali e rilanciamo la produzione italiana ed una Europa AUTARCHICA.
Le crisi economiche sono in massima parte dovute alle politiche anarchiche delle Multinazionali e al falso mito del Libero Mercato. La dittatura del WTO (organizzazione internazionale che impedisce lo sviluppo di politiche economiche a favore della propria nazione) ci obbliga a subire la disoccupazione, la precarietà, la proletarizzazione e l’immigrazione forzata e incontrollata. Noi crediamo al contrario in una Europa forte, Autarchica, che abbia un proprio mercato interno regolato dalla politica, che non esponga i lavoratori europei alla concorrenza di paesi le cui popolazioni non hanno le stesse tutele, orari di lavoro e salari dei lavoratori europei.

Contro il Frankenstein delle Multinazionali proponiamo:

- Politica autarchica integrata nell’area europea.
- Protezione dei mercati nazionali dalla concorrenza di chi sfrutta la forza-lavoro (vedi Cina e articoli delle Multinazionali prodotti nel Terzo e Quarto Mondo) ovvero impedire il commercio con quelle nazioni in cui i lavoratori non hanno le stesse tutele e garanzie dei lavoratori europei.
- Istituzione di un’autorità di regolamentazione delle pressioni del Libero Mercato.
- Rilancio della produzione nazionale, impedita d’autorità dalle dittature del WTO
.
-
Bloccare le delocalizzazioni: a chi chiude in Italia per spostare la produzione all’estero deve essere impedito di rivendere i suoi prodotti in Italia.

5. Contro la società multirazzista, fermiamo l’immigrazione obbligata e la guerra tra poveri.
La “globalizzazione”, ovvero la dittatura delle Multinazionali, non crea disastri solo da un punto di vista economico e sociale, ma anche umano. Prima della presa di potere delle Multinazionali, per esempio, l’Africa sopperiva ai suoi fabbisogni alimentari autonomamente per il 98%: oggi è alla fame. Si riversano, di conseguenza, in Europa e in Italia milioni di diseredati, affamati e disperati.

La politica nei confronti di queste ondate è assurda. Organismi privati, intrisi di pregiudizi ideologici o religiosi (comunisti, progressisti, Caritas ecc) alimentano una guerra tra poveri offrendo favoritismi agli immigrati rispetto agli italiani poveri e realizzando, per compensazione, un’ulteriore ingiustizia che si manifesta in sovvenzioni pubbliche, assistenza medica, concorrenza sleale sul lavoro e sulla casa.

In un sistema economico globalizzato le imprese nazionali devono competere con aziende che usano veri e propri schiavi sottopagati per produrre merci scadenti a costi bassissimi. Di conseguenza le imprese nazionali richiedono lavoratori a basso costo (immigrati) per reggere l’urto di questa sleale concorrenza. Gli immigrati vengono volentieri ad accettare paghe da fame che gli Italiani non possono più accettare. Cessare di esporre le nostre aziende a quella concorrenza renderà automaticamente inutile l’apporto di immigrati e tutelerà i nostri lavoratori, oggi scavalcati dai cosiddetti “lavoratori competitivi” per eccellenza: gli immigrati.

Contro i gironi infernali della società multirazzista proponiamo:

- La rimozione della cause dell’immigrazione mediante:
A) Cooperazione con le aree economiche extraeuropee atta al loro sviluppo e al riscatto dalla dipendenza dalle Multinazionali.
B) Blocco dei flussi immigratori.
C) Istituzione di un organismo che controlli che non persistano favoritismi nelle zone sociali attualmente investite dall’ondata d’ immigrazione.
- Lotta senza quartiere ai negrieri e ai loro complici.
- Blocco dei fondi destinati alle associazioni parassitarie che dietro alle “politiche d’accoglienza” mascherano i propri interessi economici, religiosi o ideologici.
- Abolizione di CPT contestualmente al rimpatrio dei clandestini.
- Ritiro delle licenze e delle autorizzazioni per coloro che sfruttano gli immigrati assunti senza permesso di soggiorno, aumentando così indirettamente la miseria, la disoccupazione e la precarietà fra gli Italiani.

6. Garantiamo il lavoro: un dovere sociale.
Il Lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative, esecutive, intellettuali, tecniche e manuali, è un dovere sociale ed a questo titolo deve essere tutelato dallo Stato. Il complesso della produzione deve diventare unitario, dal punto di vista nazionale, così come i suoi obiettivi che si riassumono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale.
La continua rincorsa alla competitività e alla flessibilità del lavoratore può essere bloccata, chiudendo il mercato alle merci extraeuropee prodotte con manodopera ridotta in schiavitù.

Contro la disoccupazione, il precariato e lo sfruttamento, proponiamo:

- Abolizione delle leggi che favoriscono il precariato e la cosiddetta flessibilità. (leggi potere assoluto del capitale sul lavoro).
- Politiche di protezione dei lavoratori italiani evitando che siano esposti alla concorrenza di lavoratori- schiavi in paesi stranieri che non hanno stesse tutele (giornata di 8 ore, pensione, maternità etc…) o alla concorrenza di lavoratori immigrati costretti ad accettare sempre o il lavoro nero, o il minimo sindacale.
- Sostituzione del Senato della Repubblica con una Camera del Lavoro che garantisca la rappresentatività armonica di tutte le categorie produttive e lavorative.
- Rivalutazione del Lavoro rispetto al Capitale.
- Partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese
- Rifondazione culturale dell’Umanesimo del Lavoro.
- Rivalutazione culturale del lavoro manuale, che va retribuito in misura maggiore, garantendo tutte le sicurezze sul posto di lavoro, un minor numero di anni per raggiungere la pensione e un minor numero di ore lavorative settimanali.
- Progressiva riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali, favorendo l’impiego di tutti i lavoratori italiani.

7. Contro lo scippo del futuro, riqualifichiamo la sanità e assicuriamo le pensioni. L'otto per mille alla salute!
Le privatizzazioni stanno minacciando anche il riposo dei giusti. Le pensioni sono finite nel tritacarne degli interessi privati. L’Italia, patria dello Stato Sociale e della previdenza pubblica, si sta omologando allo schiavismo anglosassone.
E’ vero, il meccanismo pensionistico si è inceppato e con i contributi attualmente versati dai lavoratori sarà impossibile pagare delle pensioni decenti a chi andrà in pensione negli anni a venire. Oltre ad invertire questa tendenza con delle mirate politiche demografiche si può ipotizzare di rendere accettabile la vita di un pensionato futuro intervenendo non sull’aumento della pensione, ma sulla diminuzione delle spese che tutti i mesi rendono insufficiente anche una pensione di 800 euro.
Garantire una casa di proprietà a tutti con il Mutuo Sociale, una bolletta energetica ridotta grazie all’energia nucleare nazionale, una Assicurazione Auto Pubblica, una calmierazione dei beni alimentari tramite il controllo dello Stato sulla grande distribuzione, una sanità pubblica efficiente legata ad una industria farmaceutica libera dalle speculazione delle Multinazionali, dovrebbero garantire una qualità della vita superiore a quella attuale anche con una pensione ipotetica di 500 euro mensili.

Contro lo scippo del futuro e per evitare di trasformarci in un popolo di barboni, proponiamo:

- Difesa incondizionata della previdenza pubblica (Inps).
- Fissazione degli introiti delle pensioni automaticamente rivalutabili al passo del costo della vita.
- Ripristino della facoltà di prepensionamento a cinquantacinque anni di età.
- Difesa incondizionata dell’assistenza medica gratuita.
Abolizione dei ticket.
- Ripristino delle USL pubbliche (oggi ASL, ovvero Aziende!) come presidio territoriale contro le crescente privatizzazione dei servizi. Sopratutto per i disabili psichici, garantendo a tutte le famiglie che ne necessitano le giuste terapie d’avanguardia in maniera assolutamente gratuita.
- Riqualificazione e ammodernamento degli ospedali pubblici tramite la riconversione degli ingenti fondi pubblici oggi utilizzati per finanziare associazioni inutili e parassitarie.
- Destinazione obbligatoria dell’otto per mille alla sanità pubblica.

Per un un Fisco equo e di sviluppo:

1.Mantenimento della progressività dell’IRPEF.
2. Introduzione del cosiddetto “coefficiente familiare”: il coefficiente è fondamentale per favorire le donne che preferiscono restare a casa per prendersi cura della famiglia.
Facciamo un esempio di due famiglie costituite entrambe da padre, madre e due figli (di 5 e 10 anni):

Si crea così una gravissima disparità nel trattamento fiscale di due famiglie per il solo fatto che una delle due è monoreddito pur avendo entrambe lo stesso reddito totale.
Con il coefficiente familiare il reddito verrebbe tassato nella stessa maniera (più favorevole) sia là dove fossero entrambi i coniugi a lavorare sia là dove è solo il marito. Si tratterebbe di ripartire tra entrambi i coniugi lo stipendio di uno solo.
3. Detassazione completa dei redditi delle persone fisiche al di sotto dei 15.000 euro per assicurare un minimo vitale pari a 1.250 euro al mese netti a persona.
4. Riforma dell’ICI, con detassazione completa della prima casa e con previsione di una super-aliquota per i grandi proprietari (di almeno 4 abitazioni nello stesso comune) che non locano gli immobili posseduti.
5. Abolizione dell’IRAP perché colpisce le aziende che hanno proprio nel lavoro la loro maggior voce di costo. Colpire tali aziende significa penalizzare nuove assunzioni ed investimenti nella professionalità dei dipendenti.
6. Lotta all’evasione ed all’elusione fiscale, soprattutto delle grandi imprese e delle multinazionali. Rafforzamento dell’amministrazione finanziaria con previsione di poteri più incisivi in materia di controllo delle grandi imprese.

8. Garantiamo il diritto alla maternità e alla vita.
La pianificazione delle Multinazionali e dei funzionari comunisti prevede, tra l’altro, la morte demografica dell’Italia e dell’Europa. Il caro-vita, la svalutazione dei salari, l’impossibilità di reperire un alloggio ci hanno avviato alla nascita zero.

Contro la scomparsa dell’Italia proponiamo:

- Creare un ente Maternità e Infanzia strutturato in maniera capillare e locale che si occupi della salvaguardia della madre e dei nascituri, che assista in ogni sua fase la gravidanza, garantendo il giusto numero di ecografie, una assistenza ginecologica gratuita e di alta qualità.
- Propaganda pubblica della cultura dell’allattamento al seno e
distribuzione di latte in polvere prodotto dall’industria farmaceutica di Stato.
- Difesa a oltranza dell’assistenza pediatrica gratuita per tutti.
- Pubblico salario materno fino all’età scolastica. Stabilendo il principio che finché lo Stato non si occupa del bambino (asili nido, scuola materna etc) la madre deve poter rimanere in casa con il piccolo percependo un salario pubblico senza perdere il lavoro precedente alla gravidanza.
- Costruzione di asili nido pubblici presenti capillarmente sul territorio con preferenza nazionale d’accesso.
- Incentivo economico per le famiglie numerose.
- Sostegno per le madri nubili.
- Accesso immediato alla casa di proprietà mediante l’Istituto del Mutuo Sociale per chi aspetta un bambino.
- Contro il sessismo ed il femminismo, proponiamo: la partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro, una maggiore capacità di rappresentanza politica, la difesa del benessere e dell’integrità fisica, l’acquisizione di una cittadinanza attiva.

9. Tagliamo le mani dei privati protese sui beni nazionali ed essenziali (trasporti, telecomunicazioni, acqua, risorse naturali, energia e salute).
Le privatizzazioni, o meglio gli espropri finanziari da parte di alcuni gruppi di privati, dopo aver fagocitato i trasporti, le telecomunicazioni ecc, stanno cannibalizzando anche i beni vitali, come le acque, le energie e le risorse naturali. Queste risorse sono di proprietà del popolo, e lo Stato le deve amministrare per garantire la massima efficienza, orientando poi i profitti che ne conseguono verso la costruzione e il mantenimento dello stato sociale, lo sviluppo l’istruzione e la ricerca pubblica.

Contro il controllo totale delle nostre stesse funzioni vitali, proponiamo:

- Nazionalizzazione dei settori delle energie, delle telecomunicazioni e dei trasporti.
- Nazionalizzazione di tutte le risorse naturali (acqua, gas ecc) e della loro distribuzione.
- Per impedire le cause di morte dovute agli interessi delle lobby farmaceutiche che dettano legge sul mercato dei farmaci, proponiamo:
- Forte controllo del ministero della sanità sulle politiche delle case farmaceutiche.
- Accentramento della Ricerca in veste pubblica al fine di impedire che gli interessi delle case farmaceutiche e degli investitori osteggino le cure alle malattie principali, come oggi, invece, avviene spesso.
- Politica di estremo rigore contro le speculazioni sulla salute e sulla ricerca.
- Confronto terapeutico e libertà cosciente e documentata di cura.
- Nell’ottica opposta agli espropri finanziari (detti privatizzazioni) proponiamo inoltre:
- Assicurazione RC Auto statale e popolare che sottragga ingenti somme di denaro a compagnie assicurative private. Queste somme devono essere assegnate per il sostegno dello Stato Sociale, lo sviluppo l’istruzione e la ricerca pubblica.

10. Riprendiamoci la sovranità energetica.
Senza sovranità energetica non esiste sovranità nazionale.
Occorre immediatamente varare un programma energetico nazionale che porti l’Italia ad una autosufficienza energetica, risparmiando milioni di euro che oggi spendiamo per comprare all’estero combustibili fossili altamente inquinanti e peraltro in rapido esaurimento. Perchè tutto dipende dall'energia: casa, salute, progresso, benessere, istruzione, pensione, lavoro, figli. Senza energia, con poca energia, con cattiva energia, noi sprofonderemo di nuovo nella condizione miserevole da cui gli altri popoli poveri e sfortunati cercano disperatamente di emergere.

Contro la sottomissione nazionale, proponiamo:

- Nazionalizzazione dell’energia elettrica dalla produzione alla distribuzione.
- Ritorno all’energia termonucleare.
- Concreti e decisi finanziamenti delle fonti pulite e rinnovabili: biomasse, solare, eolico, fusione nucleare.
- Concreti e decisi finanziamenti pubblici alla ricerca su: idrogeno, celle a combustibile, celle fotovoltaiche non silicee.
- Studi di fattibilità per l’introduzione dei biocombustibili.

11. Diritto alla proprietà della casa con il Mutuo Sociale. (www.mutuosociale.org)
La famiglia naturale ha un tetto sopra la testa. E sotto questo tetto genera figli.
Contro la proletarizzazione forzata, contro l’usura del mutuo bancario e lo strozzinaggio dell’affitto obbligato, contro la speculazione edilizia e il potere arbitrario di pochi costruttori, tutti i nuclei familiari devono divenire proprietari della casa in cui vivono.

Contro un futuro in mezzo a una strada proponiamo:

- MUTUO SOCIALE, ovvero: costruzione diretta da parte dello Stato su terreni pubblici, di case e quartieri da vendere a prezzo di costo alle famiglie non proprietarie a rate mensili non superiori al quinto del reddito, senza passare per il cappio delle banche.
- Edilizia pubblica stile Ventennio che cancelli dalle nostre città gli obbrobri pseudo/architettonici di stile sovietico realizzati da costruttori democristiani e architetti comunisti al solo scopo di mortificare l’essere umano, creando disagio e ghetto.
- Cartolarizzazione sociale. Ovvero le case degli enti pubblici possono essere vendute esclusivamente agli inquilini che le abitano, a prezzo di costo e riconoscendo tutti gli affitti versati negli anni come credito d’acquisto.

12. Rilanciamo l’istruzione, la cultura e la ricerca: gratuite, universali e rigorosamente selettive.
La politica dell’oligarchia punta a creare incoscienza, assenza di memoria ed incultura livellando verso il basso la massa atomizzata d’individui che subiscono una mole di dati informativi e nessuna azione formativa. La complicità degli intellettuali neocons e degli arroganti quanto ignoranti guru cattocomunisti è palese e la loro responsabilità nel disastro educativo è totale.

Contro la riduzione dei cervelli all’ammasso proponiamo:

- Ripristino attualizzato di quella concezione umanistica gentiliana che garantisce la salvaguardia e lo sviluppo delle nostre radici elleno-romane.
- Riqualificazione dei programmi, dei titoli di studio, delle selezioni e dei gradi di studio.
- Osmosi tra cultura intellettuale e manuale (avviamento al mestiere, al lavoro ecc).
-
Contro la massificazione e il ritorno della cultura di classe (che vanno di pari passo), proponiamo:
- Scuola pubblica e nazionale, totalmente gratuita.
- Educazione comunitaria e nazionale all’interno della scuola.
- Università gratuita fino al conseguimento della laurea.
- Selezione rigorosa per il raggiungimento della laurea.
- Riconoscimento degli anni di scolarità o di accademia nel curriculum personale per tutti coloro che non giungono fino alla laurea.
- Salario sociale a tutti gli universitari non fuori corso.
- Istituzione di un Fondo Nazionale dedicato alla Ricerca.
- Sviluppo della Ricerca Pubblica, contro le Fondazioni private, per impedire la fuga dei cervelli, per competere con la concorrenza dell’India, degli USA ecc e per avviare alla carriera professionale.

13. Riprendiamoci la terra, garantiamo i prodotti biologici nazionali.
L’indipendenza passa anche per la cultura gastronomica e per la produzione locale e biologica. Queste risorse sono considerate un ostacolo da quelli che intendono uniformarci e colonizzarci fino ad obbligarci all’acquisto dei sementi degli OGM e degli anticrittogamici che inginocchiano l’economia nazionale obbligandolo alla dipendenza. Esattamente come è avvenuto in Africa. L’assenza di una politica nazionale di valutazione dei prodotti agricoli e d’allevamento penalizza alcune fasce sociali e facilita la penetrazione dei concorrenti stranieri.

Contro la svalutazione del nostro patrimonio naturale e per non avere un popolo che morirà di fame, proponiamo:

- L’avvio di una politica statale di distribuzione sui mercati nazionali dei prodotti rurali (caseario, vinicolo ecc).
- Il sostegno della pesca, dell’allevamento e dell’artigianato.
- La garanzia delle condizioni biologiche di produzione.
- L’istituzione di cooperative che raggruppino tra loro corporazioni affini (pastorizia, agricoltura ecc).
- La realizzazione di capillari punti vendita gestiti dalle corporazioni o dai singoli commercianti, che abbiano la disponibilità esclusiva di prodotti genuini che non saranno disponibili nei supermercati della grande distribuzione privata.
- L’apposizione dei timbri sui prodotti nazionali con certificazione dell’origine reale (oggi abbiamo prodotti con timbro nazionale che sono prodotti in Cina).
- L’apposizione obbligatoria della descrizione dettagliata di tutta la catena alimentare (ad esempio, sulla pasta non compare la scritta “conservanti” che sono presenti in origine sulla farina…).
- L’apposizione di una etichetta che dichiari il prezzo all’origine dei principali prodotti ortofrutticoli e alimentari. Ovvero indicare quanto è stato pagato in origine al produttore agricolo il prodotto, potendolo poi confrontare con il prezzo finale esposto dal supermercato.
- Iniziative scientifico-culturali per promuovere un consumo moderato dei prodotti di origine animale, soprattutto la carne, che porti alla fine degli allevamenti intensivi che causano enormi sofferenze agli animali, una perdita totale di qualità e l’insorgere di pericolosissime nuove malattie.
- Il carcere a vita a chi per profitto causa avvelenamenti di massa alterando un qualunque prodotto naturale.

14. Il cinema è l’arma più forte, per un uomo sano e colto, per una nazione libera.
La cultura, non solo quella scolastica, ma quella di tutti i giorni (sport, media ecc) ha subito un’offensiva massiccia da parte del modello comunista e americano.
Mens sana in corpore sano non è solo un motto ma un comandamento!

Contro la distruzione della nostra anima e contro l’invasione della tronfia obesità alla Mc Donald’s e alla MTV, proponiamo:

- L’elevazione negli istituti scolastici a materia di prima importanza dell’educazione fisica (detta anche psicomotricità), con l’aumento consistenze delle ore dedicate alla materia e la pratica delle discipline olimpiche.
- La costituzione di impianti sportivi, aperti e chiusi, in tutte le scuole e in tutti i quartieri.
- Sostegno statale a favore degli atleti meritevoli.
Sottrazione dello sport dalle “finalità finanziarie”(quotazione in borsa ecc).
- Azione sistematica per controbattere i monopoli mediatici sullo sport.
- Regolamentazione dell’invasione di campo della pubblicità sui programmi televisivi.
- La supervisione preventiva da parte del C.O.N.I. dei programmi trasmessi al fine di evitare che siano veicoli di messaggi disgreganti, diseducativi, antinazionali o faziosi.
- Rilancio della cinematografia italiana in sinergia con le principali cinematografie europee fino a proporre concorrenza culturale alla mitologia hollywoodiana.
- Promozione, nell’ottica fin quì espressa, di un Ente Europeo di Coproduzione Cinematografica.

15. L’arte e la natura siamo noi.
L’ambiente siamo noi e viceversa. Il vero problema non è “non inquinare” bensì respirare insieme al cosmo. Il fondamentalismo verde, come ogni altro fondamentalismo, ha imposto una serie di luoghi comuni, non sempre veri, anzi spesso infondati, neutralizzando in partenza ogni politica ecologica alternativa e realista.

Contro lo sradicamento dell’uomo dal suo territorio e dal suo cielo, proponiamo:

- Sviluppo di tutte le culture biologiche.
-In chiave internazionale sostegno della tendenza espressa dal trattato di Kyoto.
- Riqualificazione delle coste marittime e dei corsi fluviali (con contestuale divieto di privatizzazione del demanio).
- Sviluppo del trasporto merci navale e via treno.
- Sviluppo di un sistema di comunicazioni e di trasporti che riqualifichi la vita nei paesi, nei villaggi e nelle cittadine.
- Istituzione dell’informatizzazione totale per sopperire agli ostacoli burocratici che implicano una mole costante di spostamenti via motore del tutto evitabili.
- Completamento ad opera dello Stato di tutte le grandi opere che (contrariamente ai dogmi verdi) snellendo i trasporti riducono l’inquinamento (Tav ecc).
- Potenziamento dei parchi e delle riserve naturali avviando l’educazione alla “partecipazione” al parco.
- Ripopolamento delle faune a rischio.
- Potenziamento del corpo forestale, del corpo alpino.
- Sostegno incondizionato dell’alpinismo, del subacqueo, del paracadutismo e di ogni attività legata direttamente alla natura.
- Rivalutazione, riqualifica e divulgazione del patrimonio artistico che renda partecipe ognuno nella sua quotidianità. In controtendenza rispetto alla cultura-museo.
- La condanna e la messa fuorilegge di qualsiasi tipo di pelliccia naturale.

16. Assicurare la Giustizia sulla base del Diritto Romano.
La sudditanza generale va di pari passo con la cancellazione del Diritto Romano. Per passare dalla decadenza alla civiltà si deve recuperare la dignità giuridica romana.

Contro la sudditanza e per la giustizia, proponiamo:

- Separazione delle carriere nell’ambito della Magistratura (giudice ed accusa devono essere espressioni rigorosamente separate).
- La separazione reale dell’attività investigativa da quella giudicante.
- L’indennizzo delle ingiuste detenzioni.
- Applicazione totale del decreto legge Castelli in ambito di Magistratura.
- Nuovi concorsi pubblici per la Magistratura.
- Per i processi di evidente taglio politico o sociale istituzione di un Tribunato del Popolo che partecipi ad ogni grado del procedimento.
- Accorciamento dei tempi processuali e annessi (prescrizione ecc).
- Garanzia di tempi brevissimi per i processi civili con indennizzo delle parti lese (che spesso vanno sul lastrico) a carico del Magistrato negligente nel caso di prolungamenti ingiustificati del procedimento.
- Stretta regolamentazione delle intercettazioni telefoniche e ambientali
- Rigetto di ogni pratica che presenti vizi di forma.
- Depenalizzazione di tutti i reati ideologici, associativi e d’opinione.

17. Assicuriamo i mezzi di difesa alla nostra sovranità nazionale.
L’Italia è nell’Alleanza Atlantica; vi si trova per gli esiti dell’ultima Guerra Mondiale e per la lunga Guerra Fredda. Essendo da tempo terminata quest’ultima per la Caduta del Muro di Berlino e per l’implosione della versione sovietica del comunismo, la partecipazione alla N.A.T.O. ha più un valore di routine che altro. La crescita o la trasformazione di altri soggetti internazionali (Cina, India, Russia, polo franco-tedesco) pongono nuove opzioni per chi voglia essere protagonista del futuro. Chi non se ne preoccupa è destinato a scomparire.

Contro la sottomissione nazionale, proponiamo:

- Creazione di un comando strategico europeo per lo sviluppo di una difesa militare autonoma dell’ Europa in sostituzione della N.A.T.O.
- Sviluppo e potenziamento dell’aerospaziale italiano ed europeo.
- Allargamento delle cooperazioni ad est.
- Ripristino della geopolitica degli “anni Trenta” verso il Mediterraneo e l’Oceano Indiano.
- Collaborazione attiva (culturale ed economica) con l’America Latina.
- Potenziamento del nucleo di difesa nazionale.
- Ripristino della leva obbligatoria per tutti, uomini e donne al compimento del 18 anno di età. Il servizio può essere svolto nelle forze armate o nella protezione civile. Per il servizio nelle forze armate, deve essere creato un settore femminile senza limitazioni d’impiego operativo, ma gestito esclusivamente da donne. Non devono essere previsti riinvi scolastici oltre il diploma. Il servizio militare deve essere un servizio operativo armato sul modello svizzero con richiami quinquennali di addestramento fino al compimento del 45° anno di età.
- L’italia non deve avere limitazioni su nessun sistema d’arma: dalle portaerei alle armi nucleari.

18. Riscriviamo la Costituzione
La Costituzione della Repubblica Italiana va riscritta. Essa è opera di uomini che la compilavano all’indomani della guerra civile ed adempivano a quel compito nella scia dei carri armati stranieri. Per un’Italia sovrana, libera e degna, orientata ad essere protagonista delle sfide del Terzo Millennio, riscrivere la Costituzione, sulla base di questo programma, si rivela un compito indispensabile.

 

 

http://www.casapound.org/la_nostra_lotta.html

 

17:31 - Nov. 20, 2008 - commenti {0} - Invia un commento

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